Passa ai contenuti principali

SABATO E' UNA SIRENA


Un mattino di sole. Un giorno uguale a un altro, eppure insiste. Si veste di promesse e tu gli credi, perché hai voglia di sabato. Allora, quando la scuola durava appena meno e poi si scappava a giocare a pallone dentro un prato, e così oggi, che palloni non ne ho più e ogni sabato è routine di cose da fare. Fossi ancora in città, salirei sulla Vespa per il centro, a vedere la gente sempre diversa e uguale - ed è questo che mi manca della città. Perché, invece, vedere la gente sempre quella è un brutto invecchiare, te lo dico io. E il sabato è un dialetto, diverso sotto ogni campanile, ciascuno un tempo suo, una abitudine speciale di perdere tempo, di ritrovare rituali, di ascoltare la radio, di guadagnare la sera. Io nel traffico correvo via, infilavo gli ultimi scampoli di mercato rionale, musicassette finte che pompavano bassi, verso il campetto che ci aspettava, poi un attimo ed ero a casa, coperto di gloria da mandar via in una doccia, solo per uscir di botteghe, ritrovandomi con gli stessi appena lasciati: di quante ore era fatto un sabato? C'era spazio anche per una famiglia che ti mandava a giocare schedine, a ritirare spese e poi c'era la sera, qualcosa di bello alla televisione che non sanno fare più, almeno fino a che, cresciuti del tutto, la televisione la si faceva noi, festa dopo festa. Ed era già stanchezza, la domenica un intralcio, la confusione che pareva fermarsi, il brulicare del quartiere già a rilento, il suo respiro dirotto, la messa, l'edicola, le paste e poi, all'una, tutto crollava nel silenzio irreale, rotto da qualche radiolina, passi lontani di uomini soli. Nessuno aveva voglia di muoversi, di espatriare, lenta calava la notte e, se proprio ci si voleva intristire fino in fondo, ti aspettava una pizzeria "Tre Ceppi" con la coda omerica, il vapore ai vetri e trecentomila stecchini a bucare la carta se no si attaccava. E tornare a casa con quella pizza spessa tre dita era come andare al plotone d'esecuzione, perché restavano solo gli ultimi compiti, che poi erano anche i primi, la lugubre liturgia della domenica sportiva, non vedevi l'ora che le ore passassero nel letto, per scagliarti ancora incontro a una settimana banale. Incontro a un sabato. Adesso io non ho più orari, rituali, ogni giorno è sabato e sabato non è mai, perché i miei tempi sono io, fatto di imprevisti che non rispettano feste, illusioni adorne di promesse. Non seguo più il campionato, la mia Vespa corre per i soliti due viali, e c'è sempre qualcosa da aggiustare, dannazione. E un mattino di sole non annuncia niente, e lo so già come va a finire. Lo sapevo anche allora, ma sirene m'ingannavano ed era bello lasciarsi un po' chiamare.

Commenti

  1. Eccomi qui, caro Max.
    Sabato, un'isola per approdare dopo il naufragio dei cinque giorni cinque, così per me era ai tempi della scuola e così è ora nel tempo del lavoro.
    Grazie Max,
    sei un teletrasporto, sono tornato alla memoria della scuola, quando leggevo e adoravo Il sabato del villaggio, la poesiola scritta da un tizio che abitava dalle tue parti.
    Sandro

    RispondiElimina

Posta un commento